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Aggiornamenti sull’incidente di Fukushima

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L’11 marzo scorso si è celebrato il terzo anniversario della tremenda catastrofe naturale che nel 2011 devastò la costa nord orientale del Giappone: una delle più importanti conseguenze del terremoto e dello tsunami fu l’incidente alla Centrale nucleare di Fukushima con il successivo significativo rilascio di radionuclidi in atmosfera e nell’ambiente esterno e le ricadute radioattive nel territorio circostante il sito nucleare e nell’oceano antistante.

Quasi in concomitanza con l’anniversario si è tenuta presso la sede di Vienna dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica l’International Experts Meeting “Radiation Protection after the Fukushima Daiichi Accident: Promoting Confidence and Understanding” cui hanno partecipato oltre 200 esperti provenienti da 69 Stati membri dell’IAEA e da 10 organismi internazionali.

Pensiamo sia utile riportare alcune delle conclusioni del Meeting, per fare il punto sia sui dati fino ad oggi acquisiti circa le caratteristiche, le proporzioni e le conseguenze dell’incidente, sia sulle questioni ancora aperte riguardanti argomenti di policy e strategia radioprotezionistica ed ancor più argomenti di risk communication.

Gli esperti partecipanti al meeting hanno inizialmente posto l’accento sulle enormi proporzioni della tragedia costituita dal terremoto e dal successivo tsunami che hanno colpito la costa del Giappone nord orientale nel marzo 2011 e sulla scala relativa del conseguente incidente alla Centrale nucleare di Fukushima: le vittime accertate del terremoto e dello tsunami sono state oltre 16.000; più di 6.000 i feriti mentre oltre 3.000 persone sono a tutt’oggi considerate disperse. Circa 400.000 sono state le persone evacuate e centinaia di migliaia le abitazioni distrutte dalla furia dello tsunami.
In conseguenza dell’incidente al sito nucleare di Fukushima circa 113.000 persone hanno dovuto abbandonare le abitazioni situate nelle vicinanze della centrale a seguito di ordinanze governative e altre 50.000 sono evacuate di propria volontà: non bisogna mai dimenticare che l’incidente nucleare è stata soltanto una componente di uno scenario catastrofico molto complesso che le Autorità Giapponesi si sono trovate ad affrontare.

Quanto al rilascio di radionuclidi nell’ambiente, nonostante persistano ancora delle incertezze sul termine di sorgente, le stime del rilascio si fanno via via più accurate: i rilasci in atmosfera di I 131 sono stati dell’ordine di 100-500 PBq, quelli di Cs 137 dell’ordine di 6-20 PBq, l’attività di Cs 134 rilasciata è simile a quella del Cs 137.
A differenza che nell’incidente di Chernobyl vi sono stati e sono tuttora in corso significativi rilasci di radioattività nell’ambiente marino, stimati nell’ordine del 10-50% dei rilasci in atmosfera di I 131 e Cs 137 rispettivamente.
In totale il rilascio di radionuclidi è intorno al 10% di quello avvenuto a seguito dell’incidente di Chernobyl.

La  dose  efficace  impegnata  nei  successivi  50  anni  è  stata  stimata  a  partire  dai  dati  della deposizione dei radionuclidi nell’ambiente: i calcoli mostrano che il Cs 137 è il radionuclide di maggiore importanza essendo responsabile di circa il 73% della dose efficace impegnata, mentre il Cs 134 ne rappresenta un ulteriore 26%. A causa della breve emivita (8 giorni), invece, lo I 131 contribuisce per meno dell’1% alla dose efficace impegnata mentre può essere significativa la dose equivalente alla tiroide.

Effetti sulla salute umana: sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità che l’UNSCEAR hanno elaborato stime sulle possibili conseguenze sanitarie dell’incidente di Fukushima. I risultati dell’elaborazione concordano nello stimare una dose efficace media per le persone del pubblico inferiore ad 1 mSv con un range fino a 25 mSv.
La maggior parte dei lavoratori impegnati in operazioni di emergenza sull’impianto ha ricevuto dosi individuali al di sotto del limite di 250 mSv stabilito per le esposizioni in emergenza, soltanto 6 lavoratori hanno ricevuto dosi più elevate con il contributo maggiore rappresentato dalla contaminazione radioattiva.
Sono 170 circa i lavoratori che hanno ricevuto dosi > 100 mSv e 12 i lavoratori che hanno assorbito dosi elevate alla tiroide da I 131 (comprese nel range tra 2 e 12 Gy).
A tre anni dall’evento non vi sono stati decessi attribuibili direttamente all’esposizione a radiazioni ionizzanti conseguente all’incidente.
Quanto agli effetti a lungo termine (effetti stocastici somatici: neoplasie) le dosi di radiazioni ricevute dalla gran parte della popolazione residente e dalla maggioranza dei lavoratori sembrano essere troppo basse per permettere di individuare un incremento significativo di effetti stocastici al di sopra dell’incidenza naturale degli stessi.

L’esposizione allo I 131 della popolazione conseguente al rilascio del radionuclide in atmosfera è stata tenuta sotto controllo soprattutto grazie alle tempestive restrizioni imposte sul commercio e consumo di latte e di altri alimenti potenzialmente contaminati: per questa ragione la gran parte delle dosi alla tiroide tra i residenti della Prefettura di Fukushima sono state il risultato dell’inalazione di radionuclidi presenti in atmosfera.
Un importante fattore da tenere presente quando si paragonano le conseguenze degli incidenti di Fukushima e di Chernobyl è che la dieta giapponese è ricca di iodio a differenza di quella delle popolazioni di Russia, Bielorussia ed Ucraina.
Lo screening ultrasonografico della tiroide della popolazione residente nella Prefettura di Fukushima ha mostrato un’incidenza di noduli e cisti tiroidee pressoché simile a quella del resto del Giappone e non ha evidenziato un significativo incremento di patologie nella popolazione esposta.
Sulla base di una dose media di 20 mGy alla tiroide è stato stimato un piccolo aumento della quota di neoplasie tiroidee, dell’ordine dello 0,1% circa nei prossimi 50 anni. La maggior parte dei casi si dovrebbe osservare nei prossimi anni, ma verosimilmente i casi provocati dall‘esposizione alle radiazioni non dovrebbero poter essere distinti dall’incidenza naturale.

Mentre non sono stati registrati effetti diretti sulla salute, sono stati invece osservati nella popolazione Giapponese importanti conseguenze sia sulla salute mentale che sul benessere sociale, tra cui depressione e stress post-traumatico.
D’altra parte il fatto che l’impatto psicologico e sociale possa essere superiore rispetto alle conseguenze sanitarie dirette dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti è stato già osservato dopo l’incidente di Chernobyl.

Quando si paragonano gli incidenti di Chernobyl e di Fukushima una differenza molto importante a livello sociale è rappresentata dalla disponibilità e facilità di accesso alle informazioni. I mezzi di comunicazione sociale come Internet sono diventati una delle fonti principali di scambio di informazioni specialmente tra le nuove generazioni.
Nel campo della radioprotezione questa realtà comporta nuove sfide ma anche nuove opportunità. In un mondo in cui non esistono più limiti al numero di esperti più o meno improvvisati in grado di trasmettere messaggi di contenuto anche molto differente a tra loro in breve tempo a larghi gruppi di popolazione e dove ognuno può “creare” una notizia, è una precisa responsabilità delle Autorità di governo e delle Agenzie specializzate garantire un adeguato flusso di informazioni tempestivamente e con la massima pubblicità possibile.
Per le Autorità è poi assolutamente necessario essere riconosciute e accreditate come una fonte affidabile di informazioni prima ancora che un incidente si verifichi in modo che le affermazioni provenienti da quelle fonti siano considerate autorevoli anche dopo l’accaduto.

Un’altra importante questione è quella relativa alla comunicazione del rischio: la comunicazione è necessaria tra esperti, tra agenzie governative, tra esperti e agenzie e anche con il pubblico.
La comunicazione del rischio può essere considerata una vera e propria disciplina scientifica e va riconosciuto che gli esperti in radioprotezione non vi sono particolarmente versati.
E’ importante comunicare con il pubblico utilizzando un terminologia piana e comprensibile: in caso di emergenza i messaggi devono essere chiari e semplici possibilmente con il supporto di illustrazioni e numeri e devono essere specificamente mirati all’audience di riferimento.
E’ quindi necessario garantire una solida base per la comunicazione e una migliore conoscenza del Sistema di radioprotezione sia per gli stakeholder che, in particolare, per il pubblico.
Un ruolo importante in questo ambito è affidato all’IRPA e alle società scientifiche ad essa affiliate che danno voce ad oltre 18000 professionisti in più di 60 nazioni: essi sono presenti sul territorio e pertanto hanno le carte in regola per rappresentare una fonte autorevole di expertise per l’intera comunità.

Il cosiddetto Sistema di Radioprotezione ha dimostrato di essere solido e coerente e di rispondere sufficientemente bene alle esigenze straordinarie che si sono presentate in occasione di un incidente così grave: sono state tuttavia identificate alcune aree di potenziale miglioramento.
Una, la più importante, riguarda la complessità del Sistema: è opinione comune che, soprattutto negli ultimi anni, il Sistema sia diventato estremamente complicato tanto che anche gli esperti hanno difficoltà a comprenderlo appieno e maneggiarlo.
Un’altra necessità per l’ICRP è rappresentata dall’ulteriore sviluppo di valutazioni circa la giustificazione delle situazioni di esposizione in emergenza e di esposizione esistente: l’ICRP deve anche  approfondire  il  delicato  tema  della  transizione  da  una  situazione  di  esposizione  in emergenza a una situazione di esposizione esistente.

Roma, 12 marzo 2013